Una piccola casa e un grande spazio

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Una piccola casa e un grande spazio

Il libro racconta un’Italia colpevolmente dimenticata. L’Italia dei subalterni, dei poveri, degli sfruttati, degli emigranti appunto. L’Italia del paternalismo cattolico, dell’iniquità elevata a regola universale e non scritta, del forsennato classismo annidato in certa élite, della mezzadria che affamava da una parte e ingrassava indecorosamente dall’altra, dell’ignoranza, che è la grande, insidiosa risorsa del potere. Ma anche l’Italia del riscatto, dell’uscita dallo stato di minorità, dell’articolo 3 della Costituzione, dello studio, della conoscenza, della ragione contrapposta all’irrazionalità sapientemente veicolata a favore dei pochi. «A che serve studiare la storia o la poesia di Dante, se poi farò il barista o l’operaio?», chiede uno studente a Roberta in classe, come lei stessa racconta. «A non essere uno schiavo», replica lei. E la sua risposta è più efficace di molte, inutili pagine di chiacchiere del vuoto “pedagogese”. Al barista, alla cassiera, al manovale, all’operaio, all’emigrato di seconda generazione, la Storia si rivolge a loro. Lo diceva Don Milani, uno dei pochissimi grandi, autentici maestri di questo Paese distratto. Questo libro ci mette sull’avviso: ci intima a scuoterci da questo ottundimento egoista della coscienza, a restituirci l’un altro un po’ di umanità. Perché, come l’autrice scrive in un passaggio molto bello, c’è molto più nel dare che nel ricevere. Che è una cosa che dicevano i nostri vecchi, quelli che la fame l’avevano patita.

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Peso0,350 kg

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